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Saggio: L' APPESO
La figura della carta dodicesima mostra, nei primi esempi miniati, un
uomo appeso per un piede ad una traversa di legno. Nel Tarocco di Carlo
VI (fig. 1) l'uomo tiene in ciascuna mano un sacchetto da cui escono monete,
mentre nei Trionfi dei Visconti (fig. 2) le mani sono legate dietro la
schiena. Ritroviamo i due aspetti rispettivamente nelle minchiate e nel
tarocco cosiddetto classico, con una variante per ciò che concerne
le minchiate. Mentre nelle carte di Carlo VI la gamba libera è
piegata ed ondeggia nell'aria, le minchiate assumeranno l'iconografia
del Tarocco Visconti, con la gamba ripiegata dietro l'altra in modo da
formare una croce.
Nel "Sermones de ludo cum aliis" il nostro uomo è chiamato
"lo imphicato", termine che ritroviamo con una variante sintattica
nel Folengo e nel Garzoni che lo menzionano quale "Appicato"
ed "Impiccato". Negli altri documenti del sec. XVI lo troviamo
definito invece con il termine di "traditore". Ed infatti da
numerosi documenti e testimonianze sappiamo che tale pena era inflitta
per questa colpa. Che vi siano richiami alla figura di Giuda è
più che evidente, tanto più che in alcuni documenti vi si
fa esplicito riferimento. Nel "Gioco de tarochi fatto in Conclavi"
il mazzo delle carte viene mischiato dal cardinale Farnese che distribuisce
ciascuna carta ai cardinali presenti. La carta di "Juda" vien
assegnata al cardinale di Pisa, definito traditore.
Un termine simile era già apparso nelle carte dei tarocchi e precisamente
nelle carte Visconti della Yale University Library. La carta della Speranza,
apparentemente insolita in un mazzo di tarocchi ( si veda di seguito),
è rappresentata da una donna genuflessa in atto di pregare. Alle
sue mani sono strette due corde, una è legata ad un'ancora, l'altra
attorno al collo di un vecchio steso a terra, sul cui abito bianco erano
impresse le parole "Juda traditor".
In riferimento alla pena comminata ai traditori, nel diario manoscritto
di Iacopo Rainieri, che riporta notizie e vicende accadute a Bologna dal
1535 al 1549, troviamo scritto: "Adi 21 detto fu atachati su li cantoni
de la piaza uno foglio de carta nel quale li era depinto cesaro di dulcini
e Vicenzo de fardin ditto il Vignola li quali erano apichati per uno piedo
per tradittori de la patria li quali avevano portato în la città
di Trento il mestiero del fillatoglio de lavorare la seda et aveano taglia
drieto che li amazava guadagnava ducati 100 e chi li deva vivi ducati
200. Notta che il ditto Cesaro Dolsino feva l'arte dela seda et Vicenzo
feva l'arte del ligname zioe faceva li filatogli" (c. 40 recto -
12 marzo 1532)
In questo documento i due traditori vennero "aphicati per uno piede"
perché avevano insegnato l'arte dl filare la seta in un'altra città,
creando quindi i presupposti per un'eventuale concorrenza che poteva essere
deleteria al commercio cittadino. Nel "Triompho di Fortuna"
di Sigismondo Fanti rileviamo ancora un esempio assai significativo. La
domanda XLVII intesa a far conoscere "Quel cha l'huomo, o alla donna
per li loro ma pensieri averra", è illustrata con tre figure:
la prima mostra un condannato che sta salendo la scala di un patibolo,
la seconda un uomo appeso per un piede, mentre nella terza troviamo ciò
che restava di un uomo condannato a tale pena. Attaccati alla corda sono
rimasti una testa, un braccio, una gamba. Il Fanti così spiega
la domanda: "Nella presente domanda, l'Auttore tratta di coloro che
sono oppressi da molti e scelerati pensieri, e spetialmente di quelli
che pensano operarli contra de loro maggiori, notificando, che ogni tristo
lor disegno andera fallato, e che da cieli sarano ridotti a pessimo e
disperato fine. Onde il Fanti essorta tutti i potentati a doversi da questi
tali per ogni modo guardare".
Alla carta LXII v. dei responsi, la Sybilla Cumana così si esprime
nella XVI quartina, illustrata dalla stessa figura di un uomo appeso per
un piede:"Se inhumano serai, o traditore / A Signori, o parenti in
fatto o in detto /Senza cagion privo d'ogni rispetto / Te veggio in aer
terminar tue ore" (fig. 3).
Da parte nostra abbiamo trovato una figura identica a quella del Tarocco
di Carlo VI e a quella del tarocco di Marsiglia. Essa appare nella Basilica
di San Petronio a Bologna nell'affresco dell'Inferno della Cappella Bolognini,
dipinto da Giovanni da Modena nel 1410. Nel suo testamento Bartolomeo
Bolognini aveva raccomandato che l'immagine dell'inferno fosse "Orribilis
quantum plus potest" e certamente il risultato corrispose all'effetto
desiderato.
Al centro troneggia un gigantesco diavolo gastrocefalo, secondo l'iconografia
tipica del tempo.
Fra aspre, taglienti e massicce scaglie rocciose i dannati vengono rappresentati
nelle loro pene di contrappasso con la colpa scritta su banderuole, sui
sassi e sopra la linea dell' orizzonte. Proprio su questo orizzonte di
pece si innalzano, uniche apparenze vegetali, gli scheletrici tronchi
e le ramaglie nelle quali sono trafitti o pendono i dannati. Fra questi,
due uomini sono appesi per un piede ai rami dello stesso albero: uno è
raffigurato di fronte, l'altro di schiena. Le loro teste sovrastano altri
dannati, due gruppi di tre persone, immersi nell'acqua fino al petto,
che guardano a loro volta le facce degli appesi sovrastanti.(fig. 4).
La scritta che ne identifica la colpa inizia a sinistra dell'appeso raffigurato
di schiena e termina alla destra del secondo impiccato: "ido/latria".
Fra le teste di questi idolatri, sopra i personaggi immersi nell'acqua
appare la scritta "ninusrex". Si tratta dell'idolatra per eccellenza,
di Re Nino, fondatore di Ninive, la città in cui più che
in ogni altra si consumavano riti idolatrici.
Giovanni da Modena, nel dipingere questo affresco, si era ispirato senz'altro
a precedenti modelli, per l'invenzione e la descrizione di talune pene.
Anche il Maestro bolognese delle iniziali di Bruxelles nella raffigurazione
dell'Inferno nel "Libro delle Ore" di Carlo il Nobile e nel
"Libro delle Ore", ora alla Bodleian Library di Oxford, sembra
essersi riferito agli stessi modelli. Il Maestro raffigura infatti una
scena similare: un uomo appeso sovrasta una cisterna che contiene vari
personaggi, fra cui Re Nino con la corona in testa.
La scena riprende il passo biblico della distruzione di Ninive da parte
di Dio (Nahum 2,9): "Ninive è resa simile ad una cisterna
incapace di contenere le acque"
Giovanni da Modena non rappresentò espressamente Re Nino ed usò
i sassi come cisterna naturale nella quale infossare gli idolatri. Il
termine idolatra deriva dal greco eidôlatres, composto da eidôl-on
= immagine e làtrês = servo.
Questa raffigurazione è regolata da una legge di contrappasso:
gli idolatri, cultori dell'immagine dei falsi dei sono costretti ad osservare
in eterno l'immagine della propria colpa, rappresentata nella condizione
della pena. La configurazione dei due appesi, uno voltato di schiena,
l'altro di fronte, si rendeva necessaria in quanto la visione della propria
colpa, e quindi della sofferenza causata dalla pena, doveva essere completa.
L'idolatria rappresenta la massima espressione del tradimento, la più
ignobile in quanto disconosce il suo creatore. Il Fanti alla domanda LXIII
dei suoi "Triomphi" prende in considerazione "Se 'l fin
dell huomo sara buono" e così si esprime:" L'Auttore
in questo luogo dimostra che Iddio, rispetto alla sua infinita altezza
e somma deita, non hauer potuto crear l'huomo in altra forma, che a l'imagine
e similitudine sua. Benche 'l Fanti dice, che gli huomini si potrebbero
oggi ragionevolmente metter nel numero de gli animali bruti, perche non
riconoscono il ricevuto beneficio Ma pagano i loro debiti d'una somma
ingratitudine...".
E' interessante osservare le figure che illustrano questa domanda: ritroviamo
infatti l'uomo che sale al patibolo e le parti del corpo rimaste appese
alla corda. La figura dell'appeso per un piede, cioè del traditore,
è sostituita da un uomo inginocchiato nell'atto di pregare. Risulta
evidente il rapporto con la carta della Speranza presente nei tarocchi
Visconti della Yale University Library:solo nella preghiera e nella dedizione
al vero Dio sarà possibile evitare la pena data ai traditori. Il
peccato dell'uomo è stato rappresentato iconograficamente nell'immagine
di una caduta. Per primo Lucifero, seguito da tutta la sua schiera. "
L' uomo capovolto, cioè l'uomo che ha perduto lo stato eretto,
ha perduto tutto ciò che simboleggia e sottintende lo slancio verso
l'alto, verso il cielo, verso lo spirituale, egli non risale più
l'asse del mondo in direzione del polo celeste e di Dio; al contrario
s'infossa nel mondo animale e nelle tenebrose regioni inferiori"(G.
de Champeaux - S. Stercks: Simboli del medioevo, Milano, 1981)
L'esoterismo sfruttò la conformazione iconografica della figura,
la croce formata dalle due gambe ed il rovesciamento, per soddisfare le
sue speculazioni dottrinali. In realtà la posizione della gamba
libera che si piegava era atto naturale per chi si trovava in quelle condizioni
ed appoggiarla all'altra risultava certamente indispensabile per cercare
di lenire i dolori creati dallo squilibrio in cui il corpo si veniva a
trovare.
L'essere appesi, per uno o due piedi, in ogni modo a testa in giù,
divenne anche raffigurazione allegorica di situazioni negative, causa
di dolore e sofferenza morale. Ne troviamo un esempio in un piatto di
ceramica italiana del 1510 rappresentante un' allegoria amorosa. Dal ramo
di un tronco d'albero secco è appesa per i piedi una donna "per
non avere fede sopposta"(fig.5).
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