|
Saggio: Le Stelle
Nella carta delle Stelle dei Tarocchi Visconti Sforza (fig. 1) e in quella
del Tarocco Colleoni (fig. 2) è raffigurata una fanciulla che tiene
una stella in alto con la mano. Nei Tarocchi di Ercole I d'Este (fig.
3). appaiono due astrologi nell'atto di scrutare il cielo. Un solo astrologo
appare nella carta Vieville (fig. 4). I Re Magi appaiono nella carta della
collezione Rothschild raffigurati nell'atto di sorreggere la corona del
Cristo. Un Re Magio recante in mano il vaso del dono è raffigurato
a cavallo nelle minchiate fiorentine (fig. 5). Tutte le Stelle raffigurate
in queste carte hanno otto punte: vedremo in seguito il loro significato.
Un cambiamento sostanziale nell'iconografia si ritrova a partire dal sec.
XVI nel foglio Cary: una fanciulla nuda è rappresentata inginocchiata
nell'atto di versare il liquido contenuto in due brocche in un corso d'acqua
sottostante. Sopra di lei, nel cielo, appare una grande stella con quattro
altre piccole stelle poste a due a due ai suoi lati (fig. 6). Si tratta
di una Naiade, ninfa dei fiumi raffigurata come usualmente descritta nei
testi di iconologia del sec. XVI. Una sua splendida raffigurazione si
trova dipinta nella Camera di Psiche di Palazzo Te a Mantova (fig. 7).
Ho trovato spiegata questa allegoria nel "De Antro Nympharum"
opera composta dal neoplatonico Porfirio nel secondo secolo dopo Cristo
i cui scritti furono oggetto di grande interesse per tutto il Medio Evo.
Michele Psello (XI sec.) redasse un compendio dell'interpretazione porfiriana
del "De Antro", ma la riscoperta di Porfirio avvenne tuttavia
attraverso l'opera dei platonici fiorentini Marsilio Ficino e Pico della
Mirandola e fu proprio nel sec. XVI, in occasione del fiorire di edizioni
a stampa di testi greci del platonismo, arricchiti dalle opere attribuite
agli antichi teologi - Orfeo, Pitagora, Zoroastro, gli Oracoli Caldei,
i testi ermetici - che fu pubblicata la prima edizione a stampa di quest'opera,
curata dal Lascaris e pubblicata a Roma nel 1518. Pico della Mirandola
nell' "Oratio de hominis dignitate" lodava di Porfirio la ricchezza
e la "Multiiuga religio ", mentre il Poliziano ne ammirava la
"Vita Plotini", come insieme di storia e di oratoria.
Porfirio interpreta l'antro di Itaca, descritto nei versi di Omero, alla
luce di un tema fondamentale del pensiero platonico: la discesa dell'anima
nel mondo e il suo ritorno a Dio. I versi di Omero sono i seguenti: "In
capo al porto vi è un ulivo dalle ampie foglie: vicino ad un antro
amabile, oscuro, sacro alle Ninfe chiamate Naiadi; in esso sono crateri
e anfore di pietra; lì le api ripongono il miele. E vi sono alti
telai di pietra, dove le Ninfe tessono manti purpurei, meraviglia a vedersi;
qui scorrono acque perenni; due porte vi sono, una, volta a Borea, è
la discesa per gli uomini, l'altra, invece, che si volge a Noto, è
per gli dei e non la varcano gli uomini, ma è il cammino degli
immortali" (§1).
Per Porfirio l'antro diventa la rappresentazione del Cosmo e in questo
senso riporta numerose analogie con il culto mitriatico; le Ninfe e le
api sono le anime; i manti purpurei tessuti dalle Ninfe rappresentano
il formarsi del corpo intorno alle ossa, mentre le due porte dell'antro
sono le vie di discesa e risalita del percorso cosmico dell'anima. Ma
leggiamo, a questo proposito, cosa scrive Porfirio: "I teologi ponevano
negli antri il simbolo del cosmo e delle potenze cosmiche e della essenza
intelleggibile...(§9) Con Ninfe Naiadi indichiamo in senso specifico
le potenze che presiedono alle acque, ma i teologi designavano tutte le
anime in generale che discendono nella generazione. Essi infatti ritenevano
che tutte le anime si posassero sull'acqua che, come dice Numenio, è
divinamente ispirata; egli afferma che proprio per questo motivo anche
il profeta disse: "II soffio divino si muoveva sull'acqua" (§10).
Numenio, un maestro di Porfirio, cita in questi versi, il profeta Mosé
che egli paragonava a Platone, il "Mosè che parla attico".
Si fa qui riferimento ai versi "
lo spirito di Elohim aleggiava
sulla superficie delle acque" tratti dalla Genesi' (1, 2).
Riguardo la formazione delle membra attorno alle ossa Porfirio scrive:
" I crateri di pietra e le anfore sono simboli molti adatti alle
ninfe che presiedono all'acqua scaturente dalla roccia, e quale simbolo
sarebbe più di essi pertinente alle anime che scendono nella generazione
e tendono alla creazione del corpo? Perciò il poeta osò
dire che su questi telai " tessono manti purpurei, meraviglia a vedersi".
La carne infatti si forma sulle ossa e intorno a esse, negli esseri viventi
le ossa sono la pietra, perché simili a pietra; perciò si
dice che anche i telai sono di pietra e non di altra materia; i manti
purpurei, poi, sarebbero evidentemente la carne, cioè il tessuto
che si forma dal sangue" (§14).
Porfirio ci spiega inoltre per quale ragione le anfore non sono piene
di acqua, ma di miele: "I teologi usano il miele in numerosi disparati
simboli, perché è una sostanza con molte proprietà,
in quanto possiede sia il potere di purificare, sia il potere di conservare...
(§15) Pertanto il miele viene adoperato per purificare, per preservare
contro la putredine e come simbolo della forza seduttiva del piacere che
induce alla generazione; per questo è appropriato anche alle ninfe
dell'acqua, come simbolo della purezza incontaminata delle acque - cui
le ninfe presiedono - della loro virtù purificatrice e della loro
cooperazione al processo generativo: l'acqua, infatti, coopera alla generazione"
(§17). Le api, come le Ninfe Naiadi, diventano per Porfirio rappresentazione
delle anime: "Fonti e rivi sono propri delle Ninfe dell'acqua e ancor
più delle ninfe - anime che gli antichi chiamavano specificamente
api, perché artefici di piacere. Quindi Sofocle usa un'espressione
appropriata quando, riferendosi alle anime, dice "Ronza lo sciame
dei morti venendo alla luce" (§18). II rapporto anime - api
si trova anche in Platone (Fedro, 82 b) il quale accosta le anime temperanti
e giuste ad api, vespe e formiche come specie civilizzate nelle quali
gli uomini giusti possono reincarnarsi.
Le due porte dell'antro di Itaca vengono identificate da Porfirio come
le due costellazioni dalle quali l'anima scende nella generazione facendone
poi ritorno:"Considerando l'antro immagine e simbolo del cosmo, Numenio
e il suo seguace Cronio dicono che ci sono due estremità nel cielo:
di esse né una è più a sud del tropico invernale,
né l'altra è più a nord del tropico d'estate. II
tropico d'estate è in corrispondenza del Cancro, quello d'inverno
in corrispondenza del Capricorno. E poiché il Cancro è oltremodo
vicino a noi venne logicamente attribuito alla Luna, che è la più
vicina alla terra; il Capricorno, poiché il polo sud è invisibile,
venne segnato al pianeta più lontano e più alto di tutti"
(§21). Ed ancora "I teologi, dunque, considerarono come porte
questi due segni, Cancro e Capricorno - quelle che Platone chiamò
imboccature - e dissero che di queste due il Cancro è la porta
per la quale scendono le anime, il Capricorno quella per la quale risalgono.
II Cancro a settentrionale è via di discesa, il Capricorno meridionale
è via di risalita. Le regioni settentrionali appartengono alle
anime che discendono nella generazione, e quindi giustamente la porta
dell'antro volta a nord è accessibile agli uomini; le regioni meridionali
non sono luogo degli dei, ma di chi ritorna agli dei e proprio per questo
il poeta disse che è cammino non di dei, ma "degli. immortali"
espressione che si addice anche alle anime, perché sono immortali
o in se o nella loro essenza , (§22-23).
La fanciulla nuda sotto le stelle raffigura quindi una Ninfa Naiade, simbolo
platonico di discesa dell'anima nella generazione.
La stretta relazione dell'anima con il cielo, punto di origine e di ritorno
dell'anima, fu credenza generale della "Phisologia lonica" (V-VI
secolo d.C.), ma assunse la sua conformazione decisiva a partire dai miti
di Platone descritti nel Fedro e nel Timeo. Il rapporto acqua-vita si
riscontra anche nella mistica cristiana. Sulla spalla destra della Naiade,
rappresentata nel foglio Cary, appare una piccola stella ad otto punte,
come quelle che si trovano raffigurate in cielo. Una medesima stella appare
spesso sul manto della Vergine Maria a significare pienezza di vita (Stella
Maris). Questo numero è messo in relazione all'ottavo giorno dall'inizio
della Creazione, momento in cui l'universo prese vita nella sua totalità,
dopo il riposo di Dio nel settimo giorno. I battisteri cristiani sono
infatti ottagonali, quale numero indicante la pienezza di vita che si
ottiene attraverso l'acqua del battesimo.
A rappresentare la nascita nel mondo, nella carta di un Tarocco italiano,
sempre del sec. XVI, conservato a Rouen è stata raffigurata Venere
uscente dalle acque del mare (fig. 8). Già per i Sumeri Venere
era "colei che mostra la via alle Stelle", simbolo di nascita
in quanto dea dell'Amore "D'onde viene la generatione umana"
(Cartari, 1647 p. 279). In questa ultima immagine la dea tiene nella mano
destra una lancia, oggetto che assieme all'arco e alle frecce diventò
parte dei suoi attributi. Per gli antichi Persiani, secondo una concezione
passata nella mitologia greca e romana, Venere, come dea della sera, favoriva
l'amore e la voluttà, mentre come dea del mattino presiedeva alle
operazioni di guerra e alle stragi (Dhorme Edouard "Les Religions
de Babylonia et d'Assyrie", 1949, p. 68).
La lancia tenuta in mano da Venere diventa nella cima un fuso e a questo
proposito è sempre il Cartari ad illuminarci: "Et appresso
di Pausania si legge, che Venere fu posta da i Greci per una delle parche...
e che nel tempio a lei dedicato erano guardati gli ornamenti de i morti,
per ammonirci della fragilità della vita humana, il principio,
e la fine della quale era in potere di una medesima dea. Perché
Venere fu la Dea della generatione, e il farla la più vecchia delle
Parche voleva a punto dire, che ella metteva fine al vivere humano"
( 1647, pp. 161 -162).
|
|
|
|
|
|
|