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Saggio: La Luna
La Luna viene rappresentata nei Tarocchi di Carlo VI (fig. 1) e nei Tarocchi
di Ercole I d'Este (fig. 2) quale astro oggetto di studi da parte di uno
o più astrologi. Nei Tarocchi Visconti (fig. 3) troviamo una fanciulla
che tiene in mano l'astro crescente secondo una tipologia comune in altre
carte, come ad esempio in quella delle Stelle dello stesso mazzo e nella
carta dei Tarocchi di Bartolomeo Colleoni. Nella Basilica di San Clemente
a Roma, un affresco raffigura San Cristoforo nell'atto di traghettare
il fanciullo Gesù che tiene in mano una luna piena, quale novella
di luce secondo il detto di Sant'Ambrogio "Ergo annunziavit luna
misterium Christi".
Nel foglio Cary troviamo un'immagine completamente mutata: l'astro sovrasta
con i suoi raggi un paesaggio metà acquatico e metà terrestre.
Nell'acqua è rappresentato un gambero o cancro, mentre sul terreno
collinoso due costruzioni sono poste una di fronte all'altra (fig. 4).
Il Cancro è sede zodiacale della luna, ma anche animale simbolo
dell'Incostanza come ho trovata nel trattato "Iconologia" di
Cesare Ripa (fig. 5), raffigurata da una "Donna che passi co' piedi
sopra un Granchio grande, fatto come quello, che si dipinge nel Zodiaco;
sia vestita di color torchino, e in mano tenga la luna. Il granchio è
animale, che cammina inanzi, e indietro, con eguale dispositione, come
fanno quelli che essendo irresoluti, or lodono la contemplazione, hora
l'attione, hora la guerra, hora la pace... La Luna, medesimamente, è
mutabilissima, per quanto ne giudicano gli occhi nostri; pero si dice,
che lo stolto si cangia come la luna, che non sta mai un'hora nel medesimo
modo..." (pagg. 276-277, ed. 1669).
Le due costruzioni poste lateralmente sotto il disco della luna sono dei
fari. La loro presenza si collega alla Luna per diversi motivi: per essere
da sempre quest'astro faro ai naviganti, per il culto ad essa dedicato
(vedasi di seguito) ed infine quali simbolismi legati al suo appellativo
di "Triforme".
Nell'opera "Mythologiae" di Natale Conte del 1551 l'autore scrive
che la Luna era "Venerata dagli Egiziani col nome di Iside e preposta
alle tempeste e ai naviganti come attesta Luciano nel "Dialogo Zefiro
e Noto" (Libro III°, cap. XVIII, p. 468).
Il Cartari riporta un'immagine della dea (fig. 6) recante in mano una
navicella e definendola "Imagine d'Iside dea Egittia che è
la Luna tenuta la dea de naviganti... e che sono poi stati di quelli,
li quali le hanno dato nella destra mano una navicella, con la quale volevano
farsi mostrare, che ella passò in Egitto, conciosia che quivi fosse
celebrata una festa come scrive Lattanzio, dedicata alla Nave di Iside"
(pp. 85-86). II Pignoria, a proposito di un antico cameo raffigurante
la dea scrive "Nel cameo s'e rappresentata Iside come si vede nelle
medaglie antiche di Hadriano e di Antonino Pio;... et significa questa
figura a mio giudicio il Navigio d'Iside, del quale si fa menzione nel
Calendario Rustico Antico. Et nella medaglia d'Antonino si vede un Faro
di Porto che tanto piu conferma la congettura. Leggasi Apuleio nell'11"
(Lorenzo Pignoria "Annotazioni al libro delle Imagini del Cartari",
in Vincenzo Cartari" Imagini de gli dei de gli Antichi", 1647,
p. 298). Nelle "Metamorfosi" Apuleio descrive infatti il Navigio
d'Iside dandoci una grande rappresentazione di questo rituale. II Gabinetto
Numismatico del Castello Sforzesco di Milano possiede varie monete conformi
alle descrizioni fattane dal Pignoria. Si tratta di dracme bronzee alessandrine
di epoca imperiale fatte coniare da Antonino Pio (138-161). In queste
appare da un lato il busto di Iside e dall'altro "Iside Pharia",
cioè la dea che naviga su un legno verso un faro (fig. 7).
La rappresentazione di questo astro nel foglio Cary ci mostra due fari
posti lateralmente sotto il disco della Luna piena. Per spiegare la presenza
di due fari si consideri che la Luna era appellata "Triforme"
dagli antichi e che i suoi tre aspetti erano messi in relazione a sue
altrettante virtù. II Cartari nella sua opera scrive:"E' chiamata
Luna Hecate e Triforme, per le varie figure, ch'ella mostra nel corpo
suo secondo che più, o meno si trova essere discosto dal Sole,
onde sono parimenti tre le virtù sue. L'una è quando comincia
a mostrare il lume a' mortali, porgendo con quello accrescimento alle
cose
L'altra è quando ha già la metà di tutto
il lume... La terza è nello intiero lume" (p. 80).
Nella carta sono rappresentati questi aspetti della Luna "Triforme":
i fari posti ai due lati della carta raffigurano la luna al suo primo
apparire e la mezza luna, l'astro splendente in alto, al centro della
carta, evidenzia la luna piena. Ed ancora, sono rappresentate le tre fasi
lunari: crescente, piena e calante, altri aspetti del triplice appellativo
della Luna, la cui luce in qualsiasi dei suoi tre stati è, per
tutti i naviganti, faro nella notte. E' assai probabile che l'acqua presente
nella zona inferiore della carta sia da mettere in relazione al momento
in cui la Luna non appare perché nascosta nel mare, secondo la
credenza degli antichi. A questo proposito il Cartari scrive:" Ritornando
ad Apuleio, ei dice, che dormendo li parve vedere questa Dea (la Luna)
la quale con riverenda faccia usciva dal Mare (perché finsero i
Poeti, che il Sole, la Luna, e tutte le altre stelle tramontando si andassero
a tuffar nel mare, e che quindi uscissero al loro primo apparire) e a
poco a poco mostrò poi tutto il lucido corpo." (pag. 87).
In riferimento alla Luna oscura, citando Sant'Ambrogio, il Cartari sottolinea
ancora una volta l'instabilità dell'astro, la cui incostanza diviene
insegnamento morale da non imitare da parte dell'uomo "Et acciocche
questa immagine della Luna, oltre alle cose naturali, che in essa sono
mostrate, ce ne insegni qualche altra più utile alla vita umana,
riguardiamo a quello, che dice il Beato Ambrogio, il quale con l'esempio
di questa, il cui lume si può chiamare ragionevolmente incerto,
perche mutandosi tuttavia hor cresce, e hora scema, ci ammonisce, che
fra le cose humane non è fermezza alcuna, e che tutte col tempo
si disfanno. Et per questo dicevano alcuni, che gli antichi Romani di
famiglia nobile portavano ne i piedi certe Lunette, con essere con quelle
spesso ammoniti della istabilità delle cose humane, accioche non
insuperbissero, ancora che fossero di molti beni copiosi, e abbondanti,
perché le ricchezze, e altre cose tanto stimate da' mortali fanno
apunto, come la Luna, la quale hora è tutta luminosa, e risplendente,
hora assotiglia in modo, il lume, che di sé mostra più poco,
e all'ultimo così diventa oscura, che più non vi pare essere"(
pag. 91).
La presenza del cane nella vasta iconografia della Dea evidenzia il rapporto
Luna-Diana, come ci informa, fra gli altri, Guglielmo Choul nel suo "Discorso
della religione antica dei Romani" del 1569, mostrandoci una antica
medaglia dedicata a Giulia Pia "Et per mostrare anchora meglio che
Diana et Luna erano in quel tempo una medesima cosa, io ho fatto qui mettere
un'altra medaglia di bronzo de la medesima Giulia nella quale è
scritto Luna Lucifera" (p. 81). Nell'immagine la dea è raffigurata
con un cane ai suoi piedi, mentre tiene sollevata una torcia. Dice il
Cartari a proposito della fiaccola "Può l'accesa face in mano
di Diana
.mostrare anchora, ch'ella lucendo di notte fa la scorta
a' viandanti, e perciò era chiamata quivi Diana Scorta, e duce"
(pag.78). Una bella immagine della Dea con questi attributi (fig. 8) si
trova nell'opera "Mythologiae" di Natale Conte (ed.1616). Il
cane e gli altri animali che la accompagnano, come i cervi e i serpenti,
rappresentano gli istinti inseparabili dell'essere umano che bisogna dominare
per giungere alla "Città dei Giusti", che secondo Omero,
la Dea prediligeva (J.Chevalier -A.Gheerbrant "Dizionario dei Simboli"1986,
Vol. I°, pag.103).
La presenza successiva nella carta della Luna di due cani, uno bianco
e uno scuro, come si ritrova nei Tarocchi Marsigliesi. (fig. 9), trova
precisi riferimenti in ambito medievale. Due cani tendenzialmente, ma
anche altri animali, diventano la rappresentazione del giorno e della
notte, secondo un concetto assai comune che abbinava questi due colori
a situazioni contrapposte. Come ci informa il Cartari, che discorrendo
del carro della Luna trainato da due cavalli, asserisce che "Di questo
l'uno era negro, e l'altro bianco, come dice il Boccaccio, perché
non solamente appare di notte la luna, ma si vede anche il dì"
(pag. 75). Ho trovato un altro esempio di questo modo di raffigurare il
giorno e la notte in uno splendido dipinto di Jacopo del Sellaio "Il
Trionfo del Tempo"(fig. 10) ora al Museo Bandini di Fiesole: il Vecchio
è assiso sopra il cerchio del sole nel quale sono numerate le ore.
Sotto di questo, in corrispondenza delle ore di luce e di buio, sono raffigurati
rispettivamente un cane bianco e un cane nero ad indicare che il tempo
trascorre senza mai fermarsi, sia di giorno che di notte. I colori dei
due cani nella carta della Luna stanno a significare, secondo un concetto
tipico del rinascimento, che la virtù dell'astro non viene mai
meno, anche quando questo non appare, come afferma il Cartari: "La
virtù sua ha forza non solamente in Cielo, ove la chiamano Luna,
ma in terra anchora, ove la dicono Diana, e fin giù nell'Inferno,
ove Hecate la dimandano, e Proserpina, perch'ella è creduta scendere
nell'Inferno tutto quel tempo, che à noi sta nascosta" (pag.
80).
Nel medioevo e nel rinascimento, ma anche successivamente come ritroviamo
nei trattati di iconologia, era prassi consueta rapportare allegoricamente
le virtù umane a quelle del mondo animale. Sant'Ambrogio nell'
"Hexaëmeron" (VI, c. IV,17) afferma che il cane dovrebbe
essere preso a modello dai cristiani per la sua fedeltà e per la
riconoscenza che mostra verso i suoi benefattori. Nell'opera "Imprese
pastorali di Mons. Arcivescovo Carlo Labia, Vescovo d' Adria"del
1685, all'"Impresa LXXX - Non valent latrare" (pag. 906), le
doti del cane quali "la capacità, la fedeltà, la pietà,
la costanza, la gratitudine"vengono additate fra le qualità
che ciascun Vescovo deve possedere per svolgere al meglio la propria vocazione
pastorale.
Uno splendido esempio in cui due cani, uno bianco e uno nero, vengono
raffigurati in tal senso si trova in un affresco quattrocentesco al Tempio
Malatestiano di Rimini.
Il Tempio è una delle più splendide realizzazioni dell'Umanesimo
italiano che l'architetto Leon Battista Alberti realizzò su incarico
del Pandolfo Sigismondo Malatesta, Signore di Rimini. Questo edificio
si configura più come un tempio pagano che una chiesa cristiana,
assumendo l'immagine di un vero e proprio monumento neoplatonico. Il Valturio
stesso dichiara esplicitamente che il piano iconografico del tempio si
ispirava alla filosofia, anzi "ai più riposti segreti della
filosofia" che solo i più esperti possono penetrare. Tant'è
che una delle varie cappelle tratta dei Pianeti, con i simboli della civilizzazione
e della teologia egiziana. L'Alberti iniziò i lavori nel 1450 e
questi terminarono circa dieci anni dopo, in seguito alla condanna di
Sigismondo Malatesta da parte di Papa Pio II Piccolomini. Quest'ultimo
era un raffinato intellettuale ed uno squisito umanista, "ma proprio
perché il Papa conosceva bene e condivideva il clima intellettuale
e il sistema di valori simbolici che sono alla base dell'edificio albertiano,
seppe darne una lettura "ex contrario", perfidamente esatta
e supremamente efficace"(Antonio Paolucci "Il Tempio Malatestiano",
2000, pagg. 9 -10). Definendolo luogo di riti pagani e tempio di "infedeli
adoratori di demoni", Papa Pio II Piccolomini sfruttò il suo
sapere per obiettivi strumentali di denigrazione politica. Oggetto della
mia indagine è la "Cella della Reliquie"in cui Piero
della Francesca dipinse nel 1451 un affreso raffigurante "Sigismondo
in preghiera davanti a San Sigismondo"(fig. 11).
L'interesse, in questo caso, è dato dalla presenza di due cani,
uno nero ed uno bianco, raffigurati sulla destra dell'affresco, accovacciati
e con il muso voltato verso direzioni opposte (fig. 12). La presenza dei
cani è motivata da una precisa allegoria: la fedeltà e la
gratitudine di Sigismondo verso il suo Santo protettore viene qui esaltata
e descritta da questi animali considerati da sempre in possesso di tali
prerogative. I colori dei cani denotano che la fedeltà di Sigismondo
è continuamente viva, sia durante il giorno che la notte. Il muso
dei due cani rivolto verso opposte direzioni manifesta che la dedizione
di Sigismondo verso San Sigismondo non è una prerogativa del tempo
presente, ma che così è sempre stata e sempre sarà:
come nel passato così nel futuro. Per quanto di mia conoscenza,
questa è la prima interpretazione iconologica della presenza dei
due cani nell'affresco.
Proseguendo nella nostra indagine sul simbolismo dei cani collegati alla
Luna nel Rinascimento, troviamo che essi sono collegati all'inutilità
dei forti eccessi che si compiono sotto lo sguardo dell'astro. L'emblema
CLXV "Inanis impetus"(pag.695, ed.1621) tratto dall'Alciati
è significativo al riguardo (fig. 13):"Lunarem noctu, ut speculum,
canis inspicit orbem seque videns, alium credit inesse canem et latrat:
sed frustra agitur vox irrita ventis, et peragit cursus surda Diana suos"
(Di notte il cane mira la faccia della Luna, come se fosse uno specchio,
e vedendosi crede che sia un altro cane e abbaia: ma inutilmente la vana
voce si disperde ai venti e Diana continua insensibile i suoi viaggi).
Nel Tarocco Vieville, sotto l'astro lunare appare una donna che sta filando
(fig. 14). Come abbiamo accennato in riferimento alla carta del Sole dei
Tarocchi di Carlo VI, il mito delle Parche è oltremodo collegato
anche alla Luna in quanto dispensatrice di vita. Infatti la Luna, come
già conoscevano gli antichi, influisce in vari gradi sugli umori
degli uomini, sulla crescita delle piante, sulle maree e sulla nascita
degli esseri umani. II Cartari scrive infatti che la Luna "Per essere
pianeta humido affretta il tempo tal'hora con il suo flusso, onde ne nascono
alle volte i figliuoli nel settimo mese, che è a lei sottoposto
e fa quasi sempre il parto più facile" (p. 77). A proposito
delle Parche, lo stesso autore dice, riferendosi a Varrone, che queste
dee ,"Sono state dette dal partorire, come a quelle ne toccasse la
cura: donde venne che i Latini ne chiamarono una Decima, l'altra Nona,
perche il tempo del maturo parto, è quasi sempre a l'uno di questi
duo mesi, nono, e decimo. Ma perche chi ci nasce ha pur anco da morire,
fu detta la terza delle Parche morta dalla morte, con la quale era creduta
mettere fine al vivere humano" (p. 223).(Dove non direttamente espresso,
i riferimenti all'opera di Vincenzo Cartari" Imagini de gli Dei de
gli Antichi" sono desunti dall'edizione stampata a Venezia nel 1609).
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